La piccola e e media impresa italiana a un bivio: internazionalizzarsi non rinunciando alle proprie peculiarità

Oggi abbiamo un panorama di imprese fatto di un 20% internazionalizzato e connesso ai flussi e un 60% di imprese ed impresine che sono la nostra manifattura di prossimità. Si tratta di creare un Capitalismo intermedio caratterizzato dalla compresenza di modelli diversi: ciò che resta della grande impresa, la media impresa trainante, la piccola impresa e la terziarizzazione nelle smart city e nelle smart land dei distretti

venerdì 19 maggio 2017 alle 17:15

Dagli ultimi dati del Centro Studi Confindustria emerge un panorama di imprese fatto di un 20% internazionalizzato e connesso ai flussi e un 60% di imprese ed impresine che sono la nostra manifattura di prossimità, evoluzione dei distretti e soprattutto orientata al mercato domestico.

Un 20% di attività economiche invece non ce l’hanno fatta a superare la crisi. Guardando alla punta della piramide produttiva appare l’innovazione, la robotizzazione, il lavoro ibrido che tiene assieme blue collar e withe collar e la capacità di incorporare informazioni e logistica per raggiungere l’utente cliente.

 

Quelli che stanno in mezzo, i ceti medi della manifattura di prossimità, cercano di agganciare le filiere dell’eccellenza ed è aperto il dibattito sulla loro capacità di innovarsi con un balzo nel divenire makers delle stampanti 3D. Chi non ce la fa è destinato quasi sicuramente a scomparire o a diventare ancora più marginale.

 

Come scriveva Giorgio Fuà: ogni Paese che entra nell’agone della competizione internazionale non può scegliere di espandersi in settori già coltivati da Paesi leader ma dovrà coltivare ed inventare percorsi complementari allo sviluppo.

 

Il mondo della piccola impresa, dei distretti che di quel ciclo è stato figlio e protagonista, è a un bivio che riguarda il grande invaso intermedio delle nostre imprese. Il nostro capitalismo di territorio rimanda al nodo gordiano che l’economia regge se rimane espressione degli obiettivi di sviluppo di una società. Per un’azienda globalizzata il territorio è rete lunga di internazionalizzazione e di rapporto con la conoscenza globale in rete. Il territorio è insieme simultaneità e prossimità ed è oltre la sola dimensione del locale. Per il resto del capitalismo molecolare è ancora territorio locale di sola prossimità.

 

È possibile sviluppare un discorso pubblico nelle nostre piattaforme produttive in grado di trovare una via che consenta di non contrapporre i simultanei e i prossimi e mantenersi connessi con il salto produttivo e tecnologico verso l'Industria 4.0?

Da qui l’esigenza di ragionare e proiettare nel futuro, anche per trovare spazio in Europa, il concetto che viene dalla nostra storia di capitalismo intermedio. Che ha una duplice natura: descrittiva, provando a disegnare un’evoluzione possibile del capitalismo di territorio; normativa, provando a delineare un modello valoriale che contiene un’idea di nuovo equilibrio tra economia e società.

 

Si tratta dunque del tentativo di collocarci in Europa nella contaminazione necessaria tra manifattura ed innovazione senza perdere la specificità dell’essere capitalismo di territorio. È infatti capitalismo intermedio come esito della confluenza tra le due vie di sviluppo del capitalismo italiano. Quello del capitalismo delle company town e della produzione di massa e quello della specializzazione flessibile dell’industrializzazione diffusa.

Capitalismo intermedio perché, caratterizzato dalla compresenza di modelli diversi: ciò che resta della grande impresa, la media impresa trainante, la piccola impresa e la terziarizzazione nelle smart city e nelle smart land dei distretti.

Un disegno plurale, differenziato, caratterizzato da equilibrio e dal mettersi in mezzo tra società ed economia rispetto ai processi di polarizzazione, di fratture, tra le punte alte dell’innovazione dei flussi e le tendenze del nuovo sommerso carsico.

 

Questa medietà operosa applicata al sistema impresa ha implicazioni che vanno ben oltre l’economia. É una politica industriale e di impresa che tiene assieme negli investimenti per innovare le città e i territori. Sarebbe un errore pensare solo ad alcune aree metropolitane inserite nei poli europei ed abbandonare la vibratilità operosa dei territori.

Occorre fare smart city e smart land. Evitando la trappola delle due velocità, già presente nella polarizzazione delle imprese che può farsi spaccatura geoeconomica: piattaforme a nord inserite nell’Europa del burro e il resto nell’Europa dell’olio o ancor peggio, di un Mediterraneo abbandonato da cui rinserrarsi.

Nel dibattito attuale Europa sì, Europa no, forse ci è utile sperare in un modello produttivo di riposizionamento geoeconomico del nostro fare impresa né liquido, né rigido e centralizzato, ma caratterizzato da un forte capitale sociale necessario per reggere la competizione.

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