Questo non è un Paese per le start-up: siamo penultimi in Europa

Sono appena 135, secondo il rapporto pubblicato dal think tank Sep, quelle passate alla fase successiva di crescita, lo "scaleup", sulle 4.200 che sono state censite nel Vecchio Continente. L'Italia è solo 11ª in una classifica che vede primeggiare il Regno Unito (1.412 imprese).

giovedì 8 giugno 2017 alle 15:21

Questo non è un Paese per le star-tup. Le imprese innovative in Italia hanno un bassissimo livello di sopravvivenza prima e di crescita poi.

Sono appena 135, secondo il rapporto appena pubblicato dal think tank Sep, quelle passate alla fase successiva di crescita, lo "scaleup", sulle 4.200 che sono state censite nel Vecchio Continente. L'Italia è solo 11ª in una classifica che vede primeggiare il Regno Unito (1.412 imprese).

Ma se compariamo il dato alla dimensione del territorio e della sua economia precipitiamo al penultimo posto per densità, con 0,2 imprese ogni 100,000 abitanti, e all'ultimo per finanziamenti raccolti, appena 900 milioni di euro pari allo 0,05% del Pil.

 

Lontanissimi quindi da Inghilterra, Francia e Germania, ma distanti anche dalla media europea (0,9 scaleup ogni 100 mila abitanti, investimenti per lo 0,33% del Pil) e superata pure da Spagna e Portogallo.

Una sola azienda è stata capace di fare l'ulteriore salto di qualità e passare tra gli "scalers", startup capaci di raccogliere oltre 100 milioni di euro: l'e-commerce della moda Yoox nato nel 2000 e quotato nel 2009.

In Europa sono 86, tra cui colossi come BlaBlaCar (Francia), Just Eat e Deliveroo (Regno Unito), Spotify (Svezia) o Zalando (Germania).

 

I Paesi che hanno creduto nelle start-up ora cominciano a raccogliere i frutti: aziende già mature, con un mercato globale, bilanci in utile e centinaia di dipendenti. Mentre l'Italia è tre o quattro giri più indietro, anche al netto del fatto che lo studio non considera il biotech, uno dei settori dove siamo relativamente più forti.

Eppure qualche segnale positivo qui da noi comincia a vedersi; un quarto delle scaleup italiane hanno raggiunto questo livello di recente, nel corso del 2016. Con round di finanziamento importanti, superiori ai dieci milioni di euro, come quelli di Moneyfarm, Talent Garden e Satispay.

 

Dietro il  Regno Unito troviamo la Germania (442 scaleup con 10,1 miliardi di euro raccolti) e una Francia in grande ascesa, 513 scaleup da 6,6 miliardi, ma con 3 miliardi investiti in venture capital solo lo scorso anno.

Poi un gruppo di economie più piccole, ma che hanno puntato molto sul digitale, dai Paesi del Nord, Svezia in testa, all'Estonia. E infine il Sud del Continente, decisamente meno innovativo per densità di startup e capitali. Ma in cui Paesi come Spagna e Portogallo stanno cercando di recuperare terreno.

La prima ha una densità di scaleup doppia rispetto alla nostra (0,4 ogni 100 mila abitanti), la seconda tripla (0,6). Entrambe hanno visto mobilitare capitali pari allo 0,2% del Pil nazionale, quattro volte più dell'Italia. Che resta fanalino di coda insieme alla Polonia, non proprio un riferimento per l'innovazione.  

 

Quindi l'Italia pianta solo una bandierina nel ristretto club degli "scalers". L'Europa ne ha prodotte 86 concentrate in particolare nei settori dell'ecommerce, del fintech e dell'ospitalità. Ma con qualche problema a farle salire al gradino successivo, quello degli "unicorni": solo quattro aziende dell'Unione, Markit, Delivery Hero, Zalando e Spotify hanno attirato capitali per oltre un miliardo di euro, contro le 25 americane e le 16 cinesi.

Secondo gli analisti di Sep unop dei motivi è lo scarso ricorso alla Borsa: solo il 15% dei fondi raccolti dalle scaleup europee viene da quotazioni e quasi la metà di queste avviene negli Stati Uniti. Una situazione che potrebbe pure peggiorare con l'uscita dall'Unione di Londra, la piazza europea a maggiore concentrazione di capitali.

 

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