Le imprese italiane hanno un tesoro di 5 miliardi da spendere in incentivi ma non lo fanno

Sono i “residui passivi perenti”, somme congelate e riutilizzabili solo dopo un complesso iter di reiscrizione in bilancio. Erano 10,5 miliardi nel 2014, circa 7,5 all’inizio del 2016, ora si avvicinano a 5 miliardi. L’aggiornamento delle linee programmatiche dà conto del processo di disboscamento fortemente accelerato nell’ultimo anno, per rimettere in circolo insieme al ministero dell’Economia risorse non spese

venerdì 9 giugno 2017 alle 17:18

Gli incentivi alle imprese non ancora spesi pesano quasi come una piccola manovra: cinque miliardi di euro.

La contabilità pubblica li definisce “residui passivi perenti”, somme congelate e riutilizzabili solo dopo un complesso iter di reiscrizione in bilancio. Erano 10,5 miliardi nel 2014, circa 7,5 all’inizio del 2016, ora si avvicinano a 5 miliardi. L’aggiornamento delle linee programmatiche inviato alle Camere dal ministro dello Sviluppo Carlo Calenda dà conto del processo di disboscamento fortemente accelerato nell’ultimo anno, per rimettere in circolo insieme al ministero dell’Economia risorse non spese.

 

Per restare solo all’ultimo decennio, si possono ricordare come caso emblematico i bandi del programma “Industria 2015” con le loro mancate erogazioni, ma in modo proporzionale la tendenza ha riguardato un po’ tutte le voci dei contributi ministeriali che secondo l’ultima “Relazione sugli interventi di sostegno alle attività produttive” vedono in prima linea lo sviluppo produttivo e territoriale (49%), seguito dalla ricerca e innovazione (25%), dall’internazionalizzazione (10,5%) e dalla nuova imprenditorialità (5%).

 

Il ministero dello Sviluppo con un’operazione trasparenza ha deciso di pubblicare gli ultimi dati. Ma il fenomeno riguarda, seppure in misure diverse, tutte le amministrazioni centrali e nel corso degli anni ha toccato risorse che vanno dalle opere infrastrutturali e l’edilizia alla mobilità urbana, dalle certificazioni ambientali per le Pmi al fondo Kyoto e alla cooperazione scientifica internazionale.

 

I “residui passivi” sono spese già impegnate ma non ancora pagate, in pratica debiti dell’azienda statale nei confronti di terzi. Possono essere mantenuti in bilancio solo per due esercizi finanziari successivi a quello in cui è intervenuto il relativo impegno. Dopodiché vengono sottoposti a “perenzione amministrativa” cioè eliminati dalle scritture relative al bilancio.

Le somme si possono recuperare, se il creditore ne richiede il pagamento, attingendo a due appositi fondi del ministero dell’Economia. Non è tuttavia una procedura né semplice né veloce ed è per questo che le amministrazioni - soprattutto nei casi di minore efficienza - continuano a cadere nella “trappola” della perenzione amministrativa, sebbene questa sia stata ridotta (prima da 7 a 3 anni e poi agli attuali 2 anni in casi diversi dai trasferimenti tra amministrazioni).

Negli anni passati, la Ragioneria generale dello Stato arrivò a stimare che i residui passivi costituiscano tra il 15 e il 20% della massa spendibile delle amministrazioni centrali, con punte vicine al 60% nel caso delle spese in conto capitale,cioè per investimenti.

Difficile individuare un’unica causa. Contribuiscono le strette sulle uscite di cassa, alcune complicazioni normative dei meccanismi di spesa, la scarsa capacità di programmazione di alcuni ministeri con l’aggravante talvolta di riproporre i vecchi programmi senza aggiornarli sulla base di un contesto nel frattempo mutato. E ha inciso storicamente anche l’intermediazione tipica delle erogazioni vincolate alle procedure dei bandi.

Solo con il piano Industria 4.0 si è iniziato a spostare le politiche verso incentivi fiscali automatici, che nel passato erano l’eccezione o quasi: secondo l’ultima Relazione sugli incentivi, i crediti d’imposta e i bonus fiscali rappresentavano nel 2015 appena lo 0,13% delle agevolazioni concesse dalle amministrazioni centrali.

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Pubblicato in: aziende, economia, governo, imprese
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